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Cent’anni fa nasceva il PCI. Fondatore della Repubblica

Siamo a cent’anni dalla fondazione del Pci. Nel 1921 iniziò una lunga storia  che attraversò il ‘900, con i suoi picchi e le sue tremende atrocità e tragedie. 

Una storia che finisce nell’89, sotto il crollo del muro di Berlino. Da allora,  quel nome “comunismo” non potè più reggere. Fu messo in discussione dalle  immagini che attraverso la tv arrivarono in tutto il mondo: decine di migliaia di  giovani della Germania dell’Est che si riversarono nella parte occidentale,  abbracciandosi, colmi di entusiasmo e di commozione. 

Eppure, ecco la contraddizione, la rivoluzione del ’17 aveva illuminato il suo  secolo. Il secolo che da molti fu indicato con il nome di Lenin. Da quella data  si diramarono due binari paralleli, certamente comunicanti, ma diversi  nei loro effetti storici; da una parte la storia dell’involuzione dell’Urss con le  sue purghe, repressioni, stermini di massa, e con le sofferenze materiali e  spirituali di una parte grande dei cittadini; e dall’altra quelli che nel mondo,  lontani dalla patria del socialismo realizzato, presero nutrimento e spinta nelle  lotte contro il colonialismo, l’imperialismo, le nuove forme di fascismo che si  andavano affermando, la brutalità dello sfruttamento che soprattutto nei  continenti più poveri andava aumentando invece di regredire, nel nome di quella  presa del palazzo d’inverno che per la prima volta aveva concretamente ribaltato  i rapporti di forza tra i deboli e i forti, tra la speranza e la tirannia, tra la giustizia  e il dominio feudale. 

Il Pci visse dentro questa contraddizione. Anche se tentò, mai rinnegando  ideologicamente l’orizzonte del comunismo, una variante europea, democratica,  rispettosa della libertà e rinnovata nel suo profilo ideale e programmatico. 

Ma il Pci non fu solo questo: una originale positiva espressione del  movimento operaio internazionale con tutte le contraddizioni che,  comunque, la sua collocazione nella grande divisione internazionale tra oriente  e occidente, comportava. 

Fu anche altro. Fu un grande partito nazionale, fondatore della Repubblica e tra  i principali protagonisti della lotta al nazifascismo. 

Questa fu la torsione fondamentale che il Pci riuscì a darsi nella sua funzione  concreta, nella battaglia politica quotidiana, nel suo rapporto con le grandi  masse. 

Come se la testa fosse rimasta ancora, seppure in parte e in modi originali,  dentro al destino del comunismo internazionale; mentre i piedi fossero ben  piantati sul terreno italiano, della patria, delle vicende così dolorose che  l’avevano attraversata, della necessità di sollevare il tricolore dal fango nel quale  l’aveva gettata Mussolini alleato di Hitler, della consapevolezza di quanto le classi 

tradizionali e borghesi italiane avessero disertato rispetto alla loro funzione  nazionale. 

Questo legame così forte con l’Italia smentiva quella vocazione  massimalista che aveva favorito l’avvento del fascismo, invocando, allora,  di fare come in Russia. 

Lasciando alle bande nere una presunta difesa degli ideali nazionali che parlò  alle moltitudini di reduci che si erano sacrificate nelle trincee del nord. Questo  legame del Pci con la terra italiana fu possibile grazie alla ricognizione  storica, politica e culturale di Gramsci e dalla piena riscoperta dei suoi  quaderni dal carcere. E poi dalla svolta che Togliatti realizzò nel ’43, costruendo  un partito nuovo, unitario nella lotta della resistenza, non settario ma aperto alle  alleanze, al recupero dei giovani intellettuali e studenti che si erano formati allo  storicismo italiano. E infine fu possibile grazie a Enrico Berlinguer. Alla  proposta del compromesso storico, che attualizzò dopo i fatti del Cile e la morte  di Allende l’accordo repubblicano che portò alla nostra Costituzione, la più  emancipativa tra quelle degli altri Paesi occidentali. 

Insomma via via, e questo fu il segreto dei suoi successi elettorali e della sua  influenza nel popolo e negli strati intellettuali, il Pci formò un insediamento  nel cuore della società italiana sempre più identificato nella costruzione  della Repubblica, nelle concrete lotte dei lavoratori, nella stagione dei diritti  degli anni ’70, nel buon governo degli enti locali, nella più coerente lotta al  terrorismo, nel coinvolgimento di tanti giovani alla partecipazione politica e al  dibattito ideale. 

Arrivai per questa via, anch’io alla federazione giovanile comunista italiana. 

Non avevamo in testa le vicende sovietiche, piuttosto c’eravamo formati nel  Movimento per la Pace e raccoglievamo le firme contro i carri armati  sovietici in Afghanistan. Né tanto meno libri di Marx, di Lenin o persino di  Togliatti. Non avevamo in testa particolari ideologie o miti da consacrare.  Piuttosto sentivamo quella comunità di giovani comunisti, dentro al Pci, come il  canale migliore per esprimere le nostre inquietudini, gli aneliti dell’anima, le  disordinate spinte adolescenziali, già chiare nelle loro fondamentali  discriminanti. 

Quella comunità ordinava il nostro magma interiore; lo disciplinava; gli dava  forma. 

Quella comunità fu fonte di crescita, di apprendimento, dell’insegnamento dei  padri, della responsabilità verso le istituzioni, della voglia di cambiare anche  radicalmente, ma nel rispetto degli altri e soprattutto dei beni comuni. Ci  consigliava di essere i migliori a scuola, di lavorare di più in fabbrica, di dedicarci  alle nostre compagne e compagni più deboli e bisognosi, di frequentare il popolo  se venivamo da strati più agiati, di stare nei quartieri e nelle strade a parlare  con le persone. 

Quella comunità è la stessa nella quale hanno militato con esemplare  coerenza Marisa Cenciari Rodano, che ha compiuto cent’anni, ed Emanuele 

Macaluso, che è scomparso lasciando un vuoto umano e politico difficilmente  colmabile. 

Tutto questo rimane vivo, anche dentro di me, di quella così importante  esperienza. 

Dopo la caduta del muro di Berlino e la fine di tutto un mondo che non avevamo  mai amato (perché amavamo Dubcek, Jean Palach, il Dottor Zivago, l’epopea  del cinema che si realizzò nel cuore della caduta dello zarismo con i suoi eroismi  e i suoi slanci visionari) avremmo dovuto come sinistra riuscire a mettere  in campo una visione critica moderna

Per non accettare il mondo così com’è. Rinunciando a quell’utopia di fuoriuscire  dalla nostra società, dovevamo, però, migliorarla con più decisione. Riformare il  capitalismo, renderlo più umano, controbilanciare con la politica i suoi istinti  animali. E poi, dopo la fine dei partiti di massa, costruirne di nuovi capaci di  rappresentare quei canali di scorrimento tra l’alto e il basso che erano stati  garantiti dal partito comunista, dalla Dc, dal partito socialista, dall’azionismo  laico nei trent’anni gloriosi della democrazia italiana. Abbiamo fatto tanto.  Ma non siamo stati all’altezza di tutti i compiti che ci attendevano. È il  tema dell’oggi. Di come riprendere in mano questo lavoro con un pensiero  moderno, riformatore, profondamente umano che cambia l’esistente.

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